Che cosa sono capaci di fare i nostri figli? Desiderio di autonomia e bisogno di dipendenza a casa e a scuola nella fascia d’età 3-6.

Secondo incontro, 3 aprile 2019

Relatrice: Linda Anzaldi, Pedagogista

  • Anche questo secondo incontro si è articolato in due parti: una prima fase di inquadramento del problema, di informazione e di suggerimenti da parte della Dottoressa Anzaldi; una seconda parte dedicata al lavoro di gruppo per raccogliere situazioni reali e sollecitazioni su cui confrontarsi in un successivo momento plenario.

PRIMA PARTE:

  • Autonomia e bisogno di dipendenza sono strettamente legati.
  • Noi sappiamo che cosa può essere capace di fare un bambino da 3 a 6 anni?

Non esistono schemi e tappe precostituite e stabili, ma ci sono “orizzonti chiari” ed è necessario che i genitori abbiano qualche parametro fisso

  • Sono i bambini stessi che ci mostrano cosa sanno fare, dobbiamo quindi imparare ad osservarli ed ascoltarli
  • DIPENDENZA ed AUTONOMIA non vanno intese con valenze diverse, la prima negativa e l’altra positiva, non sono contrapposte.

La dipendenza è una condizione in cui siamo TUTTI

  • Prendiamo in considerazione ciò che avviene tra gli animali: il vitellino, dopo poche ore dal parto, è in grado di alzarsi in piedi e di andare verso la mamma per succhiare il latte. Il cucciolo umano è l’unico che impiega un anno per imparare a camminare, gli altri cuccioli possiedono subito una loro autonomia.
  • Quindi partiamo da qui: quando nasciamo, per sopravvivere siamo completamente dipendenti da chi ci fornisce il cibo; la dipendenza è quindi la condizione di partenza del nostro stare al mondo0; è una condizione che, sperimentata fino in fondo, rafforza e permette di diventare un individuo. La dipendenza è indispensabile per soddisfare i bisogni primari
  • Non si è MAI AUTONOMI UNA VOLTA PER TUTTE.

Siamo forse autonomi in tutto , noi adulti? Nessuno di noi è davvero autonomo in tutte le sfere della vita.

Essere autonomi non vuol dire fare da soli, senza bisogno di niente e di nessuno.

Significa invece: CAPIRE QUALI SONO I MIEI BISOGNI (essere amato, l’indipendenza economica …)

  • Tanti adulti ci mettono tanto tempo per capire CIÒ CHE LI FA STARE BENE O MALE. Un tempo gli orizzonti erano limitati e bastava rispondere alle aspettative. Oggi non sempre i bisogni delle persone sono così chiari. L’autonomia non è un percorso lineare.
  • AUTONOMIA: dal greco AUTOS (sé stesso) e NOMOS (norma)

Quindi un sistema che mi aiuta a regolamentarmi.

Un bambino autonomo è UN BAMBINO CHE CHIEDE AIUTO; se sa chiedere aiuto significa che sa di cosa ha bisogno e trova una strategia per soddisfare il bisogno, va a chiedere, se impara adesso lo farà anche da grande.

  • Ci hanno fatto credere che l’adulto è autonomo per eccellenza, ma anche l’adulto non può fare da solo
  • D’altro canto, anche il neonato non è un soggetto passivo, possiede meccanismi fisiologici che condizionano la mamma (come piange, come sorride…), meccanismi innati che gli permettono di sopravvivere
  • La dipendenza è all’interno di una RELAZIONE dove anche la mamma è dipendente
  • Nel rapporto genitori/figli, la dipendenza è reciproca, così come l’autonomia. “Non ce la faccio a vedere che fa da solo, mi sento inutile”: la dipendenza è della mamma.
  • Si tratta di lavorare, pian piano, affinchè i nostri bambini diano prove di SEPARAZIONE. Se diamo tutto, anticipiamo i bisogni senza essere in ascolto, senza sintonizzarci con il bambino.
  • La dipendenza è però necessaria. Le mamme che autonomizzano molto (per esempio se hanno tanti figli), precocizzano ed in realtà negano l’indipendenza.
  • La dipendenza è anche affettiva. L’esperimento condotto sulle scimmie Rhesus lo dimostra: il piccolo di rhesus, tra la scimmia di metallo che fornisce il latte (con un biberon attaccato all’altezza del petto) e il fantoccio morbido con le sembianze della mamma, sceglie la mamma morbida; solo al momento della fame si sposta verso l’altra sagoma.

I disturbi dell’attaccamento non sono legati ai bisogni primari.

  • Nell’educare i nostri bambini, siamo influenzati dalla nostra storia di figli, come noi abbiamo vissuto la dipendenza dalla nostra mamma e come siamo stati valorizzati, costruendoci la nostra autostima.
  • C’è però una dipendenza “cattiva”, quando la figura da cui dipendo si sostituisce a me. Ogni volta che ci sostituiamo ai bambini creiamo cattiva dipendenza; quando facciamo “al posto loro”. Per esempio: imboccare il nostro bambino quando già è in grado di fare da solo, perché così siamo sicuri che mangi, non funziona, perché il bambino si abitua.
  • A tre anni, non è bene, al primo pianto “tappare la bocca” subito con la merendina, il regalo…

Alimentare la dipendenza oltre le tappe evolutive alimenta il NARCISISMO ONNIPOTENTE: il bambino si accorge subito se “c’è qualcuno pronto a servirmi”. Si crea una reale relazione di SERVILISMO

  • Autonomia è la capacità di essere consapevoli dei nostri bisogni e di saperli esprimere. I bambini autonomi sanno procurarsi quello di cui hanno bisogno.
  • Se divento autonomo mi metto nella condizione di SBAGLIARE e di RISCHIARE. Tutto ciò comporta la capacità di REGGERE IL FALLIMENTO
  • Vale anche nel rapporto di coppia: quanto siamo dipendenti nella scelta del partner?

SECONDA PARTE

I genitori si sono divisi in quattro gruppi ed hanno esaminato situazioni tratte dalla loro esperienza reale con le seguenti consegne:

  1. “tornate indietro alla vostra infanzia e provate a ricordare qual è stata la prima volta che vi siete sentiti autonomi”
  2. “pensate ai vostri bambini (3/6 anni) e descrivete una situazione quotidiana in cui i vostri piccoli sono fortemente dipendenti da voi; rilevate un aspetto per cui desiderate che il vostro bambino sia autonomo”

Al termine, un componente di ciascun gruppo ha illustrato una delle situazioni emerse, analizzate poi dalla Pedagogista.

  1. PRIMO GRUPPO

Mamma di origine moldava ha vissuto l’infanzia in una realtà molto diversa dalla nostra: viveva in un piccolo paese povero; quando ha iniziato la scuola, per raggiungerla doveva percorrere a piedi quattro chilometri all’andata ed altrettanti al ritorno; la sua mamma l’ha accompagnata le prime volte, poi ha continuato da sola. Certo non era facile, ma lei si è sentita grande e matura (anche in seguito è stata in grado di girare da sola tutta l’Europa)

SECONDO GRUPPO

   Un papà: a quattro anni, un giorno i nonni gli hanno

   insegnato ad andare sulla bici senza rotelle; “alla sera

   avevo già imparato e l’ho fatto vedere al papà: mi sono

   sentito grande”

   TERZO GRUPPO

   Un papà: anch’io ricordo la prima volta che sono andato a

   scuola da solo (anche se erano soltanto 200 metri!)

   QUARTO GRUPPO

   Un papà: quando frequentava la 2^/3^ elementare, andava a

   pranzo dai nonni ed ha iniziato ad andarci da solo,

   accompagnando anche la sorellina di due anni più piccola.

  • PRIMO GRUPPO

Vorremmo vedere i nostri bimbi (di tre anni e mezzo e di cinque) che si lavano da soli

SECONDO GRUPPO

Momento di forte dipendenza è quello in cui devono andare a letto; vorremmo che si addormentassero da soli

TERZO GRUPPO

Il momento “della cacca”: la bimba (5 anni)richiede sempre la presenza del papà, che non si sottrae, ma la gratifica quando riesce a farla; un aspetto per cui desidererebbe più autonomia riguarda l’addormentarsi da sola (4 anni)

QUARTO GRUPPO

Forte dipendenza al momento di addormentarsi, i risvegli notturni e la conseguente nanna nel lettone; vorrebbero che si addormentasse anche con il papà

Commento della Dottoressa:

  1. I RICORDI
  2. Anche da piccolissimi ci si può sentire grandi, responsabili senza l’appoggio di nessuno. Se i nostri bambini iniziano ad allenarsi a contare su di sé, non è la solitudine che prevale, ma un sentimento di potente di conquista (vedi l’episodio dei quattro chilometri da sola).
  3. Spesso l’autonomia è legata alla conquista dell’andare in bici senza rotelle. Autonomia è quando si sperimenta una nuova capacità, un apprendimento; si rischia, ma se non rischiamo non impariamo
  4. Mai dire però “ormai sei grande”, ma semmai “sei più grande di prima”, perché non si è mai cresciuti del tutto. Importante è spiegare i passaggi.
  5. L’ADDORMENTARSI
  6. Addormentarsi per un bambino è una delle operazioni più difficili nella fascia da 3 a 6 anni. Il bambino è consapevole che prima di addormentarsi deve perdere il controllo. Non desiderano il sonno come lo desideriamo noi adulti, sentono il passaggio al sonno come se entrassero nell’ignoto, nel buio che è dentro di loro, se chiudono gli occhi non controllano più nulla. Metaforicamente, è un contatto con la morte, dimensione fantomatica che fa parte della natura umana.
  7. C’è differenza tra la figura materna e paterna. Generalmente, la FIGURA DI ATTACCAMENTO (FDA), quella che gratifica e consola, è la mamma. Non vuol dire che non si possa fare un gran lavoro per abituarli a non vedere come solo ed esclusivo riferimento la mamma. Papà e mamma si possono alternare.
  8. Il bambino è educabile: non è indispensabile il contatto fisico continuo; occorre un lavoro graduale per non “farsi prendere in ostaggio” dai bimbi che richiedono il contatto continuo o tempi lunghissimi per dormire.
  9. Bisogna però essere decisi, convinti ed in accordo. Se la necessità perdura è perché si è commesso un errore. Anche se urlano, non bisogna cedere.

Anche l’allattamento che si protrae a lungo oltre lo svezzamento non è bene. Disabituarli può essere faticoso, ma si può fare; tutti i bambini, in una settimana si possono abituare. Ma bisogna essere DECISI ed UNITI. Un sostituto della mamma si trova; se li assecondiamo, alimentiamo l’illusione: per l’intera vita l’essere umano deve abituarsi ad avere le figure di riferimento DENTRO DI SÈ, anche se sono lontane.. dobbiamo lavorare per creare sicurezza. Il contatto fisico è rassicurante, è giusto che i bambini lo cerchino… ma un buon addormentamento non dovrebbe durare più di venti minuti

  • La ritualità e il contatto sono normali, ma vanno accompagnati. È bene dire la verità “la mamma è stanca, ha bisogno di dormire…” se li aiutiamo, poi saranno felici. È un addestramento, ma dobbiamo essere uniti e convinti: i bambini sentono se non ce la facciamo.

LA CACCA

  • Non è un capriccio: è un momento, per i bambini da 3 a 6 anni, cruciale a livello psicologico; vuol dire separarsi da una parte di sé; quindi è giusto assecondarli per un po’, gratificarli, far sentire la nostra presenza.
  • Come sempre, la ricetta non c’è, dobbiamo trovarla noi.
  • Se piangono apprendono; non esistono esperienze traumatiche a questa età (a meno che davvero non ci siano problemi gravi)
  • Purtroppo bisogna ammettere che oggi i genitori vivono in un Paese che non è fatto per avere figli; le energie non ci sono sempre, specie per le mamma , ma i papà devono al più presto collaborare. I ruoli non sono fissi, ci possono essere mamme con funzioni più paterne, ciò che importa è che ci siano entrambi i “codici affettivi”. Anche in passato, erano presenti figure di madri che “normavano”