Generazioni in altalena. Vivere nell’incerto

8 novembre 2018

Relatore: Mauro Maggi

 Operatore del Piano Giovani del Gruppo Abele

Le nuove generazioni di oggi, hanno sempre vissuto in un periodo di crisi. E chi è più in difficoltà paradossalmente può sviluppare al suo interno delle forme di adattamento che possono permettere di destreggiarsi tra i problemi.

Pensiamo ad una sorta di “darwinismo creativo”. Oggi se si prendono le statistiche rispetto al mondo giovanile, che si riferiscano alla famiglia (ma cos’è la famiglia oggi?), alla scuola o al mondo del lavoro … evidenziano tutte quante il fatto che non vi siano punti di riferimento certi che garantiscano che delle basi solide, poste nel presente, diano sicurezze di crescita e sviluppo nel futuro, seguendo la direzione desiderata in partenza.

Non è un caso che ogni azione, ogni emozione, reali o virtuali che siano, per le nuove generazioni si schiaccino sempre più nel riconoscimento immediato, nel presente e non tengano conto delle conseguenze, degli effetti, dei passi da fare uno dopo l’altro.

Vivere nell’incertezza mette in crisi l’intero sistema di scelte private e pubbliche.

Oggi il mondo dell’educazione forse deve aprire una nuova strada pedagogica, capace di ribaltare la prospettiva, cominciando ad affrontare la crisi, pensando al futuro che si vorrebbe, partendo proprio dagli errori che si devono fare nell’oggi.

E non da una realizzazione immediata, senza sbavature magari, ma che non si pone l’obiettivo di sognare degli immaginari comuni futuri. Proviamo a sperimentare cosa possa voler dire “educare all’incertezza”.

L’incontro completa il precedente e, come nella serata del 26 aprile, è stato condotto in forma laboratoriale.

Anche questa sera, Michela Morgese non è riuscita ad intervenire per cause di forza maggiore, ma come sempre Mauro ha creato una situazione intensa e coinvolgente.

Come altre volte, trattandosi di attività in cui si sono messe in gioco le emozioni e le narrazioni personali, è difficile rendere la reale portata del messaggio.

L’approccio iniziale è stato caratterizzato da una serie di domande del conduttore per avviare la riflessione:

La famiglia: che cos’è oggi?

Che cosa significa vivere una separazione?

Che cosa significa la precarietà nella vita in crescita: la felicità “a tempo”?

Che conseguenze ha la questione lavorativa sulle giovani generazioni? Ha sempre senso la continua ricerca di un lavoro?

Se prima si viveva in un “continuum temporale”, la realtà oggi dimostra che non è più così.

Se la bocciatura era prima vissuta come una grande sconfitta, oggi non è più così: ha senso continuare a studiare? la scuola mi permette di avere una vita migliore? se prendo 110, se faccio un master…?

Si educa nell’incertezza…

Ma nei nostri contesti di vita c’è qualcosa che invece è “permanente”?

La città, i contesti in cui viviamo hanno durata infinita?

Quanto è cambiata la scuola, quanto la città?

Quanto i contesti possono educare?

Divisi in gruppi, il più possibile omogenei per età (erano presenti anche diversi nonni):

  • Ogni gruppo ha una CARTINA DI CAMERI con il compito di individuare “che cosa per noi è importante nella nostra città”
  • Usando le EMOZIONI tracciamo una MAPPA EMOTIVA
  • AGGREGHIAMO I LUOGHI CON PAROLE SIGNIFICATIVE

Al termine, ciascun gruppo ha commentato le proprie scelte, riportate su una mappa comune.

Considerazioni e spunti di riflessione:

  • Si creano racconti di vita diversi ed emozionanti, calati nel tempo diverso di ognuno di noi
  • Dalla scelta dei luoghi, emerge la vita di ciascuno
  • L’emozione del RACCONTARE CI RENDE “ILLUMINANTI”
  • E quanto sarebbe illuminante un’attività come questa condotta con i nostri ragazzi? Ascoltare qual è la loro Cameri rispetto alla nostra.
  • I luoghi raccontano storie che ci appartengono, ci raccontiamo attraverso lo spazio.
  • Non c’è una direzione unica; alcuni valori oggi hanno un senso diverso (per esempio l’etica del lavoro) ma quello che dura sono le storie.
  • I ragazzi lo fanno attraverso i social, che sono il loro spazio.
  • Noi possiamo raccontare le nostre storie, costruire percorsi narrativi per collegare il nostro spazio con il loro.
  • Attraverso le storie costruisco legami.
  • Si tratta di stimoli, non di soluzioni ad una situazione estremamente complessa: OFFRIAMO AI RAGAZZI SPAZI DI RACCONTO: quando ci raccontiamo siamo illuminanti.
  • Se sappiamo raccogliere le emozioni, sono quelle l’elemento che crea legami
  • Portiamo i ragazzi in giro per il paese: LA NOSTRA STORIA È STORIA
  • Creiamo un # in cui tutti raccontano le loro storie
  • Noi siamo una storia che parla; facciamo parlare i genitori in classe
  • Diamo paletti e regole, ma…
  • I ragazzi vanno accompagnati: usando i loro strumenti social “aiutami a cercare quella ricetta…” “pubblichiamo qualcosa insieme…”
  • Per combattere le nostre ansie nei loro confronti: “aiutami tu a non aver paura”.
  • Così posso cercare un dialogo: spesso non diciamo ai nostri figli perché abbiamo paura di ciò che può loro accadere.
  • Uno dei maggiori problemi dei nostri adolescenti (e forse un po’ anche il nostro) è il “non esistere”: esisto solo se gli altri mi notano; quello che a loro interessa è interessare agli altri
  • Insegniamo il valore di un like: quanto può valere il like di uno sconosciuto?
  • Dobbiamo sempre spiegare.
  • Ma anche responsabilizzare: “spiegami tu!”
  • E, come si diceva anche nel precedente incontro: CHE FUTURO DIAMO AI GIOVANI CHE VIVONO SOLO NEL PRESENTE? LA NARRAZIONE PUÒ ESSERE UN MODO PER RIUSCIRCI.

ERAVAMO COME VOI … DIVENTERETE COME NOI?

Stare nel “Per sempre”

26 Aprile, ore 21, presso la Scuola Media F.Tadini, aula magna.
relatori: Mauro Maggi e Michela Morgese (Gruppo Abele)

Discutendo con diversi ragazzi e ragazze nelle scuole superiori negli ultimi tempi ci è capitato di affrontare un tema di discussione piuttosto spinoso: il per sempre.

Il per sempre è fare una scelta per cui non si può più tornare indietro. Il per sempre è qualcosa che spaventa. Il per sempre fa tremare i polsi nelle relazioni, nel mondo del lavoro, nella scelta di un luogo dove vivere. Il per sempre è qualcosa che ha un inizio, ma anche un durante… che paura… lo “stare nel per sempre”.

Se pensiamo alle generazioni precedenti invece, il per sempre era un passaggio al mondo adulto. Un momento desiderato per uscire di casa. Il per sempre era un lavoro sicuro “a tempo indeterminato” (definizione che non c’era neppure all’epoca, si parla di tempo indeterminato proprio perché contrapposto a tutti i contratti che spezzettano il tempo lavoro di oggi).

Ma pensando alle generazioni ancora precedenti, il per sempre era ancora una cosa diversa: il per sempre veniva ancora prima del tempo delle scelte importanti, perché il per sempre era vivere la stessa vita dei propri genitori, e già prima che si diventasse adulti. L’essere donne o essere uomini era inserito socialmente in un solco comune trans-generazionale. Già si sapeva cosa si sarebbe diventati, tanto valeva accettarlo.

Oggi non si è per sempre la stessa persona.


26 aprile 2018

Relatore: Mauro Maggi
Operatore del Piano Giovani del Gruppo Abele
Mauro (che ha già condotto due incontri, lo scorso anno, per il ciclo “Sguardi Aperti”) lavora principalmente nelle scuole, con ragazzi e genitori, ed ha cercato di portare a noi quanto emerge ogni giorno dal suo lavoro “sul campo”.
La serata è stata intensa e partecipata, condotta in forma laboratoriale.
Come altre volte, trattandosi di attività in cui si sono messe in gioco le emozioni e le narrazioni personali, è difficile rendere la reale portata del messaggio.
Seduti in cerchio, ciascuno di noi ha scelto un foglio colorato; ci è stato chiesto di disegnare sul foglio la linea della nostra vita.
Al termine, ognuno ha commentato le proprie scelte, gli alti e i bassi della linea: nascita, episodi dell’infanzia, scuola, allontanamento dai genitori, matrimonio, figli….
Mauro ha portato il gruppo a confrontarsi sulle scelte; in particolare, ha fissato l’attenzione sulla prima uscita da casa, sulla eventuale vita da soli, sul lavoro come realizzazione…
Dal confronto è emerso un profondo dibattito.

Considerazioni e spunti di riflessione:
Noi proiettiamo nei confronti della nuova generazione un’idea che abbiamo in testa; le scelte non sono negative o positive a priori, dalla negatività si può risalire ed arrivare ad un equilibrio; in genere noi tendiamo ad evitare ai nostri figli il peso di una scelta
L’errore è occasione di crescita, ma spesso per i ragazzi l’errore è visto solo come negativo; non sempre posso proteggerli, ma devo sostenerli
Oggi non esiste contestazione nei confronti dei genitori; in passato contestavamo un unico modello che ci veniva imposto, oggi i giovani vivono in modo “fluido”, non confliggono con gli adulti perché questi non sono oppositivi
In passato, la contestazione univa alle altre persone, nel mondo di oggi la vita è vissuta su degli “scalini”
Potrebbe essere rappresentata così

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Non c’è nulla che ci unisce, pezzetti di vite frazionate, distanti, o in opposizione, in antagonismo.
Mancano eventi collettivi.
Al lavoro, non mi collego a te, ma sono antagonista.
Mi sento vivo quando vinco, arrivare secondo è impossibile.
Non ho un ideale (vedi alleanze di governo…).
In che cosa mi riconosco? Non c’è identità; mi riconosco solo quando sono vincente, vivo solo quando sono in alto; il mio UP è quando ho mille follower
I ragazzi vivono spesso sentimenti di ansia, angoscia, solitudine
Come nella sintassi… mentre l’ipotassi consiste in un periodo in cui tutte le frasi sono subordinate alla principale, pare che oggi si viva in un modo che più somiglia alla PARATASSI: sovrapposizione di frasi subordinate, senza collegamento; tutto è spezzettato, senza un continuum
Il ragazzo vive tutto nel presente, di volta in volta posso “cancellare il mio profilo”, ma come posso orientare il futuro?
La realtà dei NEET, ragazzi che non studiano e non lavorano, circa 2.500.000 di giovani; non si mettono in competizione; forse sono quelli che hanno capito? che hanno rotto la logica dell’essere uno contro l’altro?
Ma quando, oggi, si diventa grandi? Quando diventano grandi i movimenti politici? Quando farò un figlio (per i ragazzi di oggi, dopo i 35 anni..)?
In passato, di fronte ad un problema c’era una risposta collettiva, ora mi ritrovo in mezzo alla gente “per prendere l’aperitivo”
Non c’è più resilienza, non gliel’abbiamo trasmessa noi
I “paletti” segnati dai nostri genitori, sono quelli che ci hanno permesso di reagire
In assenza di valori, c’è un mondo che vede l’antagonista nel diverso
Che futuro diamo ai giovani che vivono solo nel presente? La narrazione può essere un modo per riuscirci
Ultimamente, i ragazzi non scrivono neppure più sui social per paura di esporsi, tendono a mettere solo foto
In Fb sono entrati gli adulti.. e i ragazzi scappano su Instagram
Spesso i genitori si sentono inadeguati, faticano ad accettare che il loro figlio non sia sempre il più bravo; sui figli proiettano se stessi: “mio figlio sono io”
Ci sono spazi enormi di lavoro: mettersi in discussione, aiutare i giovani a “collegare gli scalini”, lavorare sulla solitudine (i ragazzi sono sempre insieme ma sempre in antagonismo)
Il Gruppo Abele lavora anche sui Gruppi Whatsapp: tutti sono amministratori, con regole precise, poi si discute in classe.

Purtroppo, il tempo a noi concesso ci ha costretti ad interrompere il dibattito che i partecipanti avrebbero volentieri continuato; avremo comunque un secondo incontro (probabilmente a settembre) per approfondire una tematica così importante, delicata e complessa.

LA SFIDA DEI PAPÀ

Serata di formazione sul ruolo paterno

La presentazione del libro la Sfida dei papà sarà un’occasione per poter riflettere con genitori, insegnanti ed educatori sui valori del ruolo paterno.

Obiettivo della serata è trasmettere al pubblico l’importanza che ricopre l’esercizio del ruolo paterno nella crescita di bambini e adolescenti. Questo ruolo è insito in ogni persona al di là del genere sessuale, è una

funzione della mente.

Nello specifico si partirà dalla letture delle storie contenute nel libro per aprire un dibattito con il pubblico.

Formatori

Antonio Ferrara, autore, illustratore e formatore. Ha lavorato per sette anni presso una comunità alloggio per minori; durante questo periodo si è accostato sempre più intensamente alla psicologia dell’età evolutiva e la

scrittura come strumento per narrare le emozioni. Nel 2012 ha vinto il premio Andersen con Ero cattivo (2012) e nel 2015, da illustratore, con Io sono così (Settenove), scritto con Fulvia Degli Innocenti. Tra le sue ultime

pubblicazioni: Mangiare la paura (Piemme, 2016), 80 miglia (Einaudi, 2015), Il ragazzo e la tempesta (Rizzoli, 2014).

Filippo Mittino psicologo, psicoterapeuta, socio dell’Istituto Minotauro di Milano. Svolge attività clinica con bambini e adolescenti. Si occupa di ricerca nel campo dell’età evolutiva, della psicologia clinica. Inoltre, in

ambito scolastico conduce sportelli d’ascolto, si occupa di progetti d’orientamento ed educazione relazionale affettiva, progetta e realizza attività di formazione per insegnanti. È membro del comitato di redazione della

rivista “Psichiatria e psicoterapia” edita da Giovanni Fioriti.

Con Antonio Ferrara ha pubblicato: Scappati di mano. Sei racconti per narrare l’adolescenza e i consigli per non perdere la strada (San Paolo, 2013), La sfida

dei papà. Nove racconti sul padre alla prova dei figli adolescenti (San Paolo, 2016) e Se saprei scrivere bene (Coccole Books, 2016)

La presentazione del libro la Sfida dei papà è stata un’occasione per poter riflettere sui valori del ruolo paterno con un pubblico interessato e molto partecipe, tra cui si notava la stragrande presenza maschile, evento raro (anche a detta dei formatori) e che riteniamo molto positivo e motivante anche per noi organizzatori.

 

Obiettivo della serata: trasmettere al pubblico l’importanza che ricopre l’esercizio del ruolo paterno nella crescita di bambini e adolescenti.

E’ necessario precisare che questo ruolo è insito in ogni persona al di là del genere sessuale, è una funzione della mente.

Durante l’incontro, Marianna Cappelli ha letto alcune delle storie  contenute nel libro, per aprire con il pubblico un dibattito che si è rivelato vivace e profondo.

Questi i principali concetti e spunti di riflessione:

  • Il testo “La sfida dei papà”, nella finzione letteraria presenta 9 diversi tipi di padre, raccontati da 9 adolescenti che affrontano una gara per dimostrare “qual è il papà più rompiballe”
  • Il “catalogo di padri” che ne emerge diventa un’ occasione su cui riflettere, in un tempo come il nostro in cui il ruolo del padre sembra finito; che cosa resta del padre? niente?

Bisogna rifuggire da questa prospettiva distruttiva e recuperare i valori del ruolo paterno.

In un mondo di solo ruolo materno, rischiamo di bloccare la crescita dei nostri bambini, coccolati ed accuditi.

Il ruolo paterno, che interessa anche il genere femminile, è quello che fornisce gli aspetti concreti e reali che possono aiutare a costruire il futuro

  • L’adolescente deve arrivare a mettere da parte le figure genitoriali, tenerle almeno un po’ fuori, imparare a farne a meno; la separazione è l’esperienza più difficile
  • Che cos’è la separazione? nella vita ce ne saranno tante: l’adolescenza è il momento in cui la separazione ci mette a dura prova. Dobbiamo imparare a lasciarli andare, dare loro il permesso di crescere; dobbiamo aiutare i ragazzi ad elaborare la separazione, se ciò non avviene mai , il risultato può risultare distruttivo
  • I ragazzi che faticano a conquistare l’autonomia, per esempio nell’affrontare la scuola ed i compiti, possono giungere ad abbandonare ciò che crea loro ansia e decidere di smettere di studiare
  • La letteratura per ragazzi è un veicolo di educazione sentimentale: nel testo si manifesta attraverso un personaggio quello che altrimenti non si potrebbe dire; è importante leggere a scuola, permettere l’identificazione con il personaggio
  • I ruoli affettivi appartengono a ciascuno di noi, ognuno gioca tutti questi ruoli: paterno, materno,femminile, maschile; ciascun ruolo si può esprimere a seconda della situazione; di fronte all’adolescenza si dovrebbe assumere un ruolo più paterno, il ruolo dell’adulto che dà voce ai dolori: siamo stati tutti adolescenti, dobbiamo provare a “tornare nella foresta e siamo in grado di tornarci per portar fuori i nostri adolescenti”
  • I figli hanno identificazioni differenti con le figure maschili e femminili; spesso ci dimentichiamo del ruolo che abbiamo sulla scena dell’educazione. L’adolescente maschio si domanda che cosa fa il padre, il padre è punto di riferimento, il ragazzo deve imparare che cosa fa quella figura lì nella vita. Spesso nelle famiglie con genitori separati, la madre si preoccupa che il figlio ricerchi il padre anche quando quest’ultimo non è stato una figura positiva, è un ingrato? I pareri sono differenti, ma, se possibile, bisognerebbe fare lo sforzo di riabilitare la figura paterna, non è un fatto marginale, per un figlio maschio può essere fondamentale. Quando una figura genitoriale manca per cause ineluttabili, chi rimane deve giocare entrambi i ruoli; ma se il padre è presente, andrebbe in qualche modo riabilitato, evitando il rischio che la madre si prenda carico di tutto (delirio di onnipotenza).
  • Dobbiamo imparare a “lasciarli andare”: è importante richiamare il rispetto delle regole, ma dobbiamo capire anche la trasgressione
  • Bisogna “riorganizzare la speranza”, organizzare il loro ottimismo: la figura paterna è soprattutto questo, saper comunicare che il mondo non è cattivo, dare degli strumenti per trovare delle alternative quando ci si trova nei guai, altrimenti si genera senso di impotenza, disperazione. Il ruolo paterno è quello che dice “se ci pensiamo, troviamo una soluzione, possiamo provarci”. L’adolescente si aspetta questo: che qualcuno creda al cambiamento
  • “Avere una mente capace di giocare” (Winnicott), sapere riorganizzarsi e non portare grandi rancori, imparare a prenderci cura di qualcun altro
  • Il libro si conclude con un rifermento a due figure letterarie di padre: Pippo e Willy Wonka.

Pippo è colui che riesce a ridere dei suoi guai e arriva così a successi inaspettati; il fallimento e gli errori sono soltanto una parte della vita, Pippo sa trarre risorse anche nei pasticci che gli capitano: è un modo non depressivo di affrontare la vita.

Willy Wonka decide di lasciare in eredità la sua fabbrica a chi saprà conquistarla (ruolo paterno); mette alla prova i ragazzini, non si arrabbia di fronte alle loro trasgressioni (non è padre-padrone), ma richiama le regole per dire che il mondo funziona così.

Per concludere, una citazione dall’ultimo dei racconti del libro: “Quindici anni”

“…Andiamo avanti adesso. Non ci saranno sassi, ora, sull’asfalto, tranquillo. Una strada liscia, senza troppe curve, e niente pozzanghere né macchie d’olio. Non farà troppo caldo né troppo freddo. Sarà un piacere continuare.

E non temere: troverai l’acqua sempre fresca, qualcuno ci sta già pensando.

Vai, e anche se ci sarà da sudare ce la farai.

Io non vengo, io ti guarderò da lontano, sai, pronto a correre, se serve, ma anche pronto a far finta di non vedere, perché a volte, sai, è meglio così”.