Educare a casa e a scuola: adulti a confronto sui nuovi bisogni del mondo dell’infanzia

Primo incontro, 15 marzo 2019

Il linguaggio dei bambini:
come gestire i capricci tra strategie e comprensione dei bisogni/messaggi nella fascia d’età 3-6 anni .

Relatrice: Linda Anzaldi,Pedagogista

Accompagnare percorsi di crescita e apprendimento sembra diventare oggi un compito sempre più difficile e complesso, in particolar modo nella fascia d’età 3-6 anni.

I bambini esprimono con linguaggi diversi (linguaggio corporeo, metaforico, affettivo) bisogni e talvolta disagi da ascoltare e ri-ascoltare e nei confronti dei quali occorre innanzitutto condividerne i significati e successivamente costruire, ri-condividere e inventare risposte educative comuni perché i genitori possano consolidare la loro identità di genitori, e la scuola sia un luogo di accoglimento e benessere per grandi e piccini.

Con queste finalità sono state organizzate due serate dedicate alle famiglie dei bambini che frequentano la Scuola d’Infanzia Don Lorenzo Valli, coinvolgendo (tramite un sondaggio) i genitori per la scelta dei temi da affrontare nei due appuntamenti.

Gli incontri sono stati inseriti nel “Progetto Inoltriamoci”  (promosso ormai da cinque anni dall’Assessorato all’Istruzione del Comune di Cameri) e sono stati aperti a tutti, invitando anche le famiglie della Scuola dell’Infanzia Statale.

L’incontro si è articolato in due parti: una prima fase di inquadramento del problema, di informazione e di suggerimenti da parte della Dottoressa Anzaldi; una seconda parte dedicata al lavoro di gruppo per raccogliere situazioni reali e sollecitazioni su cui confrontarsi in un successivo momento plenario

PRIMA PARTE:

  • Solitamente i genitori ricevono dalla scuola la richiesta di collaborazione, di continuità e coerenza con il lavoro scolastico. È necessario però precisare come non sia in realtà possibile “fare a casa come a scuola”. I bambini, tutti, si comportano diversamente a seconda dei contesti; reagiscono in maniera diversa, a casa e a scuola.
  • Tendiamo a definire “furbo” tale comportamento; in realtà attribuiamo ai bambini capacità che sono quelle di noi adulti, ma i bambini di questa età non hanno la nostra “intenzionalità”, a seconda delle relazioni affettive costruiscono i loro comportamenti. Bambini che a scuola si dimostrano molto autonomi, a casa non lo sono. Non c’entra la voglia/non voglia: a scuola il bambino ha scoperto una parte di sé, a casa è privilegiata la relazione di “dipendenza”. Se si dimostrano più dipendenti, non “fanno apposta”, ma costruiscono la loro identità a seconda dell’esperienza che vivono. A casa non c’è il gruppo, mentre a scuola sanno che non possono mantenere il rapporto 1/1. I bambini comprendono che a scuola la figura di riferimento non è a loro completa disposizione. A casa non sanno cos’è l’attesa. A seconda del CONTESTO in termini affettivo/emotivi, loro sono diversi.
  • Ugualmente, però, dobbiamo avere consapevolezza di alcune situazioni relative alle fasi di crescita:

“che cosa dovrebbe fare un bambino di tre anni?”

“che cosa fa bene ai nostri bambini?”

“come gestire frustrazione, fatica, regole?”

Molti genitori non ce la fanno; quando si è acquisito qualcosa è già ora di cambiare…

È necessaria COERENZA sull’idea che abbiamo dei bambini perché crescano sani e sereni.

  • Il LINGUAGGIO dei B. da 3 a 6 anni si esprime non solo parlando; al di là delle parole, i B. parlano CON IL CORPO. Se non tollerano il no, dobbiamo stare tranquilli, le loro “sceneggiate” vanno rilette; i piccoli usano il corpo per esprimersi. Il pianto è la prima modalità comunicativa; il pianto dei neonati è segnale di allarme, allerta per il genitore.

Il bambino scopre il mondo attraverso il corpo e per parlarci usa il corpo; anche se le manifestazioni corporee ci sembrano eccessive (i calci, il buttarsi a terra…) e fanno “disperare” i genitori, i B. non stanno male; ci stanno permettendo di intervenire usando le giuste STRATEGIE.

  • CAPRICCI è parola che andrebbe messa al bando; un comportamento che a noi appare improvviso, bizzarro, stravagante, per un bambino è il messaggio chiaro di un BISOGNO.

Più evidente ancora nel caso del neonato che provoca grande frustrazione nelle neo-mamme che avvertono la forte pressione sociale nella convinzione di non essere adeguate “Piange.. perché?”

Anche dopo, quando la conoscenza del proprio figlio è maggiore non sempre capiamo il bisogno dei nostri bimbi.

Il capriccio è parola da bandire, troppo riduttiva: non hanno ragione, ma ci stanno comunicando qualcosa.

  • Bisogna saper GESTIRE I BISOGNI; non si eliminano i “capricci”, è come se togliessimo tutto l’imprevedibile. Ogni esperienza nuova è come una seconda nascita, è un momento delicatissimo.

Il dramma degli adulti di oggi è che possiedono più strumenti razionali, cognitivi, ma il BUON SENSO e l’ISTINTO devono esserci sempre. Non eliminiamo i capricci, ma possiamo gestirli.

  • Spesso succede che, ad un certo punto, il potere passa ai bambini: si cede, la gestione è passata a loro. Oppure, evitiamo di affrontare il problema: ad esempio, li mettiamo davanti al tablet per sedare la crisi. Tra il lasciare loro il potere e il non gestire, spesso gettiamo la spugna.
  • Gestire vuol dire: “VOI SIETE I PILOTI dell’aereo!”, come farebbe un pilota, non abbandonate mai la vostra postazione; non potete cedere, chi dice l’ultima parola siete voi genitori, gli adulti. Oggi, invece, spesso assistiamo ad un capovolgimento del rapporto adulto/bambino.
  • Dobbiamo diventare bravi a leggere quello che sta succedendo; nel picchiare non c’è apprendimento, se diventa sistematico non serve a nulla; non c’è intenzionalità nei piccoli.

SECONDA PARTE

I genitori si sono divisi in tre gruppi ed hanno esaminato situazioni tratte dalla loro esperienza reale; al termine, ciascun gruppo ha illustrato una delle situazioni emerse, analizzate poi dalla Pedagogista.

  • Primo caso:

il b. non vuole andare a dormire, deve assolutamente finire il suo puzzle; “crisi isterica”, pianto ininterrotto da togliere il respiro; i genitori lo mettono in castigo, in piedi contro il mobile… inutile… il b. infine viene accolto e consolato e si decide ad andare a letto

  • Secondo caso:

b. di quasi cinque anni; ogni sera c’è la solita routine: pigiama, cartoni, si lavano i denti e poi a letto; una sera si rifiuta categoricamente di mettere il dentifricio sullo spazzolino; segue il ricatto: “o metti il dentifricio o non vengo a dormire con te”; di nuovo il rifiuto, infine esce dalla stanza e il papà lo porta a letto.

  • Terzo caso:

b. di 6 anni; al mattino cerca sempre qualcosa da portare a scuola, una mattina vorrebbe prendere la macchina telecomandata, al rifiuto dei genitori dichiara di non voler uscire di casa… alla fine viene trascinato di peso

Commento della Dottoressa:

  • Primo caso:

i bambini, fino a 6/7 anni NON HANNO LA COGNIZIONE DEL TEMPO, non riescono a controllare la realtà, non possiedono la prevedibilità; vivono in uno stato in cui non sanno prevedere cosa succede, sono guidati da PENSIERO MAGICO (significativo l’aneddoto di una bimba che chiedeva insistentemente lo yogurt in un momento improprio perché collegava la merenda con yogurt al momento in cui la mamma sarebbe venuta a prenderla a scuola); diventa critico ogni passaggio dal fare una cosa al farne un’altra.

Strategie: se ogni passaggio è difficile e delicato, si può avvertirli prima: “guarda che fra dieci minuti ritiriamo il puzzle e andiamo a dormire”

Il b. del primo caso non è riuscito a gestire la frustrazione (ed il castigo è stato un’ulteriore frustrazione!).

Meglio, in questi casi, dimostrare di comprendere il suo disagio: “Hai ragione, lo so che vuoi tanto finire il puzzle…”

Mai, invece: “non piangere, sei grande!”

Ma piuttosto: “vieni qui… cinque pezzi ancora…”

Spesso ci colpisce la teatralità dei B., ma c’è davvero un DOLORE DA GESTIRE; è necessario un rito di passaggio per elaborare il distacco da quello che stavano facendo prima.

Poi però NOI SIAMO I PILOTI e si va a dormire.

Si può proporre un’alternativa allettante, ma non deve essere vissuta come un premio.

Dare invece subito CONTENIMENTO e CONSOLAZIONE.

  • Secondo caso:

si scopre che il papà spesso concedeva di non mettere il dentifricio, il b. ha acquisito questa piccola abitudine.

I B. non hanno il PENSIERO REVERSIBILE, hanno bisogno di CERTEZZE. “Ma ti è già capitato di non metterlo? Per stasera lasciamo stare, ma poi lo diciamo al papà”

Non tiriamo troppo la corda: il pilota è pilota, ma esiste anche la negoziazione; resta il fatto che CHI DETTA LA REGOLA siamo NOI.

  • Terzo caso:

lasciamo che porti il gioco a scuola, è molto importante, è un aiuto ad uscire di casa perché permette di ricordare la casa, ma va regolamentato.

Ci deve essere un range tra cui scegliere; “scegli tra questi due”, non di più; si può anticipare la sera prima la scelta del gioco.

Il b. ha manifestato grande rigidità (“se non posso portarlo non lo porto, ma non esco di casa”), ha in questo momento un potere enorme.

Il messaggio può essere: “la maestra mi ha detto che non si può”

Si sceglie, ma tra due cose; scegliere tra tante è difficile; la scelta fra troppe cose genera ansia.

Sono emerse altre considerazioni:

  • Nel caso in cui i genitori facciano i turni di lavoro: aiutare i B. a costruirsi il senso del tempo, un ancoraggio che  permetta loro di avere un controllo; può essere un cartoncino colorato con i giorni della settimana e con la foto del papà sistemata in modo che aiuti a capire il turno del giorno
  • Minacce e ricatti non sono utili, se se ne fa un uso sistematico, il bambino impara per timore
  • Quando li sgridiamo, nella fascia di età da 0 a 6 anni, sgridiamoli toccandoli, chiedendo di guardarci negli occhi; i B. cercano CONTENIMENTO quando “danno di matto”: “la mamma ti aiuta… ci calmiamo un attimo?” e glielo diciamo abbracciandoli.
  • Cerchiamo di SPIEGARE sempre, i bambini temono che i legami si rompano
  • È emerso anche il problema importantissimo del sostegno alle neomamme dopo la nascita, spesso purtroppo trascurato dalle istituzioni. L’idea idealizzata della maternità che è fatta solo di gioia, le immagini degli spot pubblicitari che mostrano mamme fisicamente perfette serene e felici sempre, l’allattamento ritenuto indispensabile ma di cui si tacciono le difficoltà e le sofferenze…

  ”Una mamma normale –precisa la Dottoressa Anzaldi- se non

   prova anche più di una volta una sensazione di rifiuto,

   probabilmente è una mamma che ha qualcosa che non va…”

Abbiamo pensato che questo problema potrebbe rientrare tra i futuri progetti dell’amministrazione e delle agenzie educative, sanitarie e sociali del nostro territorio.

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Al termine, la dottoressa Anzaldi ha chiesto di definire con un aggettivo il sapore” della serata:

piacevole rassicurante

dolce

saporito

realista

normale rasserenante…. queste le sensazioni di alcuni dei presenti.

Generazioni in altalena. Vivere nell’incerto

8 novembre 2018

Relatore: Mauro Maggi

 Operatore del Piano Giovani del Gruppo Abele

Le nuove generazioni di oggi, hanno sempre vissuto in un periodo di crisi. E chi è più in difficoltà paradossalmente può sviluppare al suo interno delle forme di adattamento che possono permettere di destreggiarsi tra i problemi.

Pensiamo ad una sorta di “darwinismo creativo”. Oggi se si prendono le statistiche rispetto al mondo giovanile, che si riferiscano alla famiglia (ma cos’è la famiglia oggi?), alla scuola o al mondo del lavoro … evidenziano tutte quante il fatto che non vi siano punti di riferimento certi che garantiscano che delle basi solide, poste nel presente, diano sicurezze di crescita e sviluppo nel futuro, seguendo la direzione desiderata in partenza.

Non è un caso che ogni azione, ogni emozione, reali o virtuali che siano, per le nuove generazioni si schiaccino sempre più nel riconoscimento immediato, nel presente e non tengano conto delle conseguenze, degli effetti, dei passi da fare uno dopo l’altro.

Vivere nell’incertezza mette in crisi l’intero sistema di scelte private e pubbliche.

Oggi il mondo dell’educazione forse deve aprire una nuova strada pedagogica, capace di ribaltare la prospettiva, cominciando ad affrontare la crisi, pensando al futuro che si vorrebbe, partendo proprio dagli errori che si devono fare nell’oggi.

E non da una realizzazione immediata, senza sbavature magari, ma che non si pone l’obiettivo di sognare degli immaginari comuni futuri. Proviamo a sperimentare cosa possa voler dire “educare all’incertezza”.

L’incontro completa il precedente e, come nella serata del 26 aprile, è stato condotto in forma laboratoriale.

Anche questa sera, Michela Morgese non è riuscita ad intervenire per cause di forza maggiore, ma come sempre Mauro ha creato una situazione intensa e coinvolgente.

Come altre volte, trattandosi di attività in cui si sono messe in gioco le emozioni e le narrazioni personali, è difficile rendere la reale portata del messaggio.

L’approccio iniziale è stato caratterizzato da una serie di domande del conduttore per avviare la riflessione:

La famiglia: che cos’è oggi?

Che cosa significa vivere una separazione?

Che cosa significa la precarietà nella vita in crescita: la felicità “a tempo”?

Che conseguenze ha la questione lavorativa sulle giovani generazioni? Ha sempre senso la continua ricerca di un lavoro?

Se prima si viveva in un “continuum temporale”, la realtà oggi dimostra che non è più così.

Se la bocciatura era prima vissuta come una grande sconfitta, oggi non è più così: ha senso continuare a studiare? la scuola mi permette di avere una vita migliore? se prendo 110, se faccio un master…?

Si educa nell’incertezza…

Ma nei nostri contesti di vita c’è qualcosa che invece è “permanente”?

La città, i contesti in cui viviamo hanno durata infinita?

Quanto è cambiata la scuola, quanto la città?

Quanto i contesti possono educare?

Divisi in gruppi, il più possibile omogenei per età (erano presenti anche diversi nonni):

  • Ogni gruppo ha una CARTINA DI CAMERI con il compito di individuare “che cosa per noi è importante nella nostra città”
  • Usando le EMOZIONI tracciamo una MAPPA EMOTIVA
  • AGGREGHIAMO I LUOGHI CON PAROLE SIGNIFICATIVE

Al termine, ciascun gruppo ha commentato le proprie scelte, riportate su una mappa comune.

Considerazioni e spunti di riflessione:

  • Si creano racconti di vita diversi ed emozionanti, calati nel tempo diverso di ognuno di noi
  • Dalla scelta dei luoghi, emerge la vita di ciascuno
  • L’emozione del RACCONTARE CI RENDE “ILLUMINANTI”
  • E quanto sarebbe illuminante un’attività come questa condotta con i nostri ragazzi? Ascoltare qual è la loro Cameri rispetto alla nostra.
  • I luoghi raccontano storie che ci appartengono, ci raccontiamo attraverso lo spazio.
  • Non c’è una direzione unica; alcuni valori oggi hanno un senso diverso (per esempio l’etica del lavoro) ma quello che dura sono le storie.
  • I ragazzi lo fanno attraverso i social, che sono il loro spazio.
  • Noi possiamo raccontare le nostre storie, costruire percorsi narrativi per collegare il nostro spazio con il loro.
  • Attraverso le storie costruisco legami.
  • Si tratta di stimoli, non di soluzioni ad una situazione estremamente complessa: OFFRIAMO AI RAGAZZI SPAZI DI RACCONTO: quando ci raccontiamo siamo illuminanti.
  • Se sappiamo raccogliere le emozioni, sono quelle l’elemento che crea legami
  • Portiamo i ragazzi in giro per il paese: LA NOSTRA STORIA È STORIA
  • Creiamo un # in cui tutti raccontano le loro storie
  • Noi siamo una storia che parla; facciamo parlare i genitori in classe
  • Diamo paletti e regole, ma…
  • I ragazzi vanno accompagnati: usando i loro strumenti social “aiutami a cercare quella ricetta…” “pubblichiamo qualcosa insieme…”
  • Per combattere le nostre ansie nei loro confronti: “aiutami tu a non aver paura”.
  • Così posso cercare un dialogo: spesso non diciamo ai nostri figli perché abbiamo paura di ciò che può loro accadere.
  • Uno dei maggiori problemi dei nostri adolescenti (e forse un po’ anche il nostro) è il “non esistere”: esisto solo se gli altri mi notano; quello che a loro interessa è interessare agli altri
  • Insegniamo il valore di un like: quanto può valere il like di uno sconosciuto?
  • Dobbiamo sempre spiegare.
  • Ma anche responsabilizzare: “spiegami tu!”
  • E, come si diceva anche nel precedente incontro: CHE FUTURO DIAMO AI GIOVANI CHE VIVONO SOLO NEL PRESENTE? LA NARRAZIONE PUÒ ESSERE UN MODO PER RIUSCIRCI.

ERAVAMO COME VOI … DIVENTERETE COME NOI?

Stare nel “Per sempre”

26 Aprile, ore 21, presso la Scuola Media F.Tadini, aula magna.
relatori: Mauro Maggi e Michela Morgese (Gruppo Abele)

Discutendo con diversi ragazzi e ragazze nelle scuole superiori negli ultimi tempi ci è capitato di affrontare un tema di discussione piuttosto spinoso: il per sempre.

Il per sempre è fare una scelta per cui non si può più tornare indietro. Il per sempre è qualcosa che spaventa. Il per sempre fa tremare i polsi nelle relazioni, nel mondo del lavoro, nella scelta di un luogo dove vivere. Il per sempre è qualcosa che ha un inizio, ma anche un durante… che paura… lo “stare nel per sempre”.

Se pensiamo alle generazioni precedenti invece, il per sempre era un passaggio al mondo adulto. Un momento desiderato per uscire di casa. Il per sempre era un lavoro sicuro “a tempo indeterminato” (definizione che non c’era neppure all’epoca, si parla di tempo indeterminato proprio perché contrapposto a tutti i contratti che spezzettano il tempo lavoro di oggi).

Ma pensando alle generazioni ancora precedenti, il per sempre era ancora una cosa diversa: il per sempre veniva ancora prima del tempo delle scelte importanti, perché il per sempre era vivere la stessa vita dei propri genitori, e già prima che si diventasse adulti. L’essere donne o essere uomini era inserito socialmente in un solco comune trans-generazionale. Già si sapeva cosa si sarebbe diventati, tanto valeva accettarlo.

Oggi non si è per sempre la stessa persona.


26 aprile 2018

Relatore: Mauro Maggi
Operatore del Piano Giovani del Gruppo Abele
Mauro (che ha già condotto due incontri, lo scorso anno, per il ciclo “Sguardi Aperti”) lavora principalmente nelle scuole, con ragazzi e genitori, ed ha cercato di portare a noi quanto emerge ogni giorno dal suo lavoro “sul campo”.
La serata è stata intensa e partecipata, condotta in forma laboratoriale.
Come altre volte, trattandosi di attività in cui si sono messe in gioco le emozioni e le narrazioni personali, è difficile rendere la reale portata del messaggio.
Seduti in cerchio, ciascuno di noi ha scelto un foglio colorato; ci è stato chiesto di disegnare sul foglio la linea della nostra vita.
Al termine, ognuno ha commentato le proprie scelte, gli alti e i bassi della linea: nascita, episodi dell’infanzia, scuola, allontanamento dai genitori, matrimonio, figli….
Mauro ha portato il gruppo a confrontarsi sulle scelte; in particolare, ha fissato l’attenzione sulla prima uscita da casa, sulla eventuale vita da soli, sul lavoro come realizzazione…
Dal confronto è emerso un profondo dibattito.

Considerazioni e spunti di riflessione:
Noi proiettiamo nei confronti della nuova generazione un’idea che abbiamo in testa; le scelte non sono negative o positive a priori, dalla negatività si può risalire ed arrivare ad un equilibrio; in genere noi tendiamo ad evitare ai nostri figli il peso di una scelta
L’errore è occasione di crescita, ma spesso per i ragazzi l’errore è visto solo come negativo; non sempre posso proteggerli, ma devo sostenerli
Oggi non esiste contestazione nei confronti dei genitori; in passato contestavamo un unico modello che ci veniva imposto, oggi i giovani vivono in modo “fluido”, non confliggono con gli adulti perché questi non sono oppositivi
In passato, la contestazione univa alle altre persone, nel mondo di oggi la vita è vissuta su degli “scalini”
Potrebbe essere rappresentata così

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Non c’è nulla che ci unisce, pezzetti di vite frazionate, distanti, o in opposizione, in antagonismo.
Mancano eventi collettivi.
Al lavoro, non mi collego a te, ma sono antagonista.
Mi sento vivo quando vinco, arrivare secondo è impossibile.
Non ho un ideale (vedi alleanze di governo…).
In che cosa mi riconosco? Non c’è identità; mi riconosco solo quando sono vincente, vivo solo quando sono in alto; il mio UP è quando ho mille follower
I ragazzi vivono spesso sentimenti di ansia, angoscia, solitudine
Come nella sintassi… mentre l’ipotassi consiste in un periodo in cui tutte le frasi sono subordinate alla principale, pare che oggi si viva in un modo che più somiglia alla PARATASSI: sovrapposizione di frasi subordinate, senza collegamento; tutto è spezzettato, senza un continuum
Il ragazzo vive tutto nel presente, di volta in volta posso “cancellare il mio profilo”, ma come posso orientare il futuro?
La realtà dei NEET, ragazzi che non studiano e non lavorano, circa 2.500.000 di giovani; non si mettono in competizione; forse sono quelli che hanno capito? che hanno rotto la logica dell’essere uno contro l’altro?
Ma quando, oggi, si diventa grandi? Quando diventano grandi i movimenti politici? Quando farò un figlio (per i ragazzi di oggi, dopo i 35 anni..)?
In passato, di fronte ad un problema c’era una risposta collettiva, ora mi ritrovo in mezzo alla gente “per prendere l’aperitivo”
Non c’è più resilienza, non gliel’abbiamo trasmessa noi
I “paletti” segnati dai nostri genitori, sono quelli che ci hanno permesso di reagire
In assenza di valori, c’è un mondo che vede l’antagonista nel diverso
Che futuro diamo ai giovani che vivono solo nel presente? La narrazione può essere un modo per riuscirci
Ultimamente, i ragazzi non scrivono neppure più sui social per paura di esporsi, tendono a mettere solo foto
In Fb sono entrati gli adulti.. e i ragazzi scappano su Instagram
Spesso i genitori si sentono inadeguati, faticano ad accettare che il loro figlio non sia sempre il più bravo; sui figli proiettano se stessi: “mio figlio sono io”
Ci sono spazi enormi di lavoro: mettersi in discussione, aiutare i giovani a “collegare gli scalini”, lavorare sulla solitudine (i ragazzi sono sempre insieme ma sempre in antagonismo)
Il Gruppo Abele lavora anche sui Gruppi Whatsapp: tutti sono amministratori, con regole precise, poi si discute in classe.

Purtroppo, il tempo a noi concesso ci ha costretti ad interrompere il dibattito che i partecipanti avrebbero volentieri continuato; avremo comunque un secondo incontro (probabilmente a settembre) per approfondire una tematica così importante, delicata e complessa.

LA SFIDA DEI PAPÀ

Serata di formazione sul ruolo paterno

La presentazione del libro la Sfida dei papà sarà un’occasione per poter riflettere con genitori, insegnanti ed educatori sui valori del ruolo paterno.

Obiettivo della serata è trasmettere al pubblico l’importanza che ricopre l’esercizio del ruolo paterno nella crescita di bambini e adolescenti. Questo ruolo è insito in ogni persona al di là del genere sessuale, è una

funzione della mente.

Nello specifico si partirà dalla letture delle storie contenute nel libro per aprire un dibattito con il pubblico.

Formatori

Antonio Ferrara, autore, illustratore e formatore. Ha lavorato per sette anni presso una comunità alloggio per minori; durante questo periodo si è accostato sempre più intensamente alla psicologia dell’età evolutiva e la

scrittura come strumento per narrare le emozioni. Nel 2012 ha vinto il premio Andersen con Ero cattivo (2012) e nel 2015, da illustratore, con Io sono così (Settenove), scritto con Fulvia Degli Innocenti. Tra le sue ultime

pubblicazioni: Mangiare la paura (Piemme, 2016), 80 miglia (Einaudi, 2015), Il ragazzo e la tempesta (Rizzoli, 2014).

Filippo Mittino psicologo, psicoterapeuta, socio dell’Istituto Minotauro di Milano. Svolge attività clinica con bambini e adolescenti. Si occupa di ricerca nel campo dell’età evolutiva, della psicologia clinica. Inoltre, in

ambito scolastico conduce sportelli d’ascolto, si occupa di progetti d’orientamento ed educazione relazionale affettiva, progetta e realizza attività di formazione per insegnanti. È membro del comitato di redazione della

rivista “Psichiatria e psicoterapia” edita da Giovanni Fioriti.

Con Antonio Ferrara ha pubblicato: Scappati di mano. Sei racconti per narrare l’adolescenza e i consigli per non perdere la strada (San Paolo, 2013), La sfida

dei papà. Nove racconti sul padre alla prova dei figli adolescenti (San Paolo, 2016) e Se saprei scrivere bene (Coccole Books, 2016)

La presentazione del libro la Sfida dei papà è stata un’occasione per poter riflettere sui valori del ruolo paterno con un pubblico interessato e molto partecipe, tra cui si notava la stragrande presenza maschile, evento raro (anche a detta dei formatori) e che riteniamo molto positivo e motivante anche per noi organizzatori.

 

Obiettivo della serata: trasmettere al pubblico l’importanza che ricopre l’esercizio del ruolo paterno nella crescita di bambini e adolescenti.

E’ necessario precisare che questo ruolo è insito in ogni persona al di là del genere sessuale, è una funzione della mente.

Durante l’incontro, Marianna Cappelli ha letto alcune delle storie  contenute nel libro, per aprire con il pubblico un dibattito che si è rivelato vivace e profondo.

Questi i principali concetti e spunti di riflessione:

  • Il testo “La sfida dei papà”, nella finzione letteraria presenta 9 diversi tipi di padre, raccontati da 9 adolescenti che affrontano una gara per dimostrare “qual è il papà più rompiballe”
  • Il “catalogo di padri” che ne emerge diventa un’ occasione su cui riflettere, in un tempo come il nostro in cui il ruolo del padre sembra finito; che cosa resta del padre? niente?

Bisogna rifuggire da questa prospettiva distruttiva e recuperare i valori del ruolo paterno.

In un mondo di solo ruolo materno, rischiamo di bloccare la crescita dei nostri bambini, coccolati ed accuditi.

Il ruolo paterno, che interessa anche il genere femminile, è quello che fornisce gli aspetti concreti e reali che possono aiutare a costruire il futuro

  • L’adolescente deve arrivare a mettere da parte le figure genitoriali, tenerle almeno un po’ fuori, imparare a farne a meno; la separazione è l’esperienza più difficile
  • Che cos’è la separazione? nella vita ce ne saranno tante: l’adolescenza è il momento in cui la separazione ci mette a dura prova. Dobbiamo imparare a lasciarli andare, dare loro il permesso di crescere; dobbiamo aiutare i ragazzi ad elaborare la separazione, se ciò non avviene mai , il risultato può risultare distruttivo
  • I ragazzi che faticano a conquistare l’autonomia, per esempio nell’affrontare la scuola ed i compiti, possono giungere ad abbandonare ciò che crea loro ansia e decidere di smettere di studiare
  • La letteratura per ragazzi è un veicolo di educazione sentimentale: nel testo si manifesta attraverso un personaggio quello che altrimenti non si potrebbe dire; è importante leggere a scuola, permettere l’identificazione con il personaggio
  • I ruoli affettivi appartengono a ciascuno di noi, ognuno gioca tutti questi ruoli: paterno, materno,femminile, maschile; ciascun ruolo si può esprimere a seconda della situazione; di fronte all’adolescenza si dovrebbe assumere un ruolo più paterno, il ruolo dell’adulto che dà voce ai dolori: siamo stati tutti adolescenti, dobbiamo provare a “tornare nella foresta e siamo in grado di tornarci per portar fuori i nostri adolescenti”
  • I figli hanno identificazioni differenti con le figure maschili e femminili; spesso ci dimentichiamo del ruolo che abbiamo sulla scena dell’educazione. L’adolescente maschio si domanda che cosa fa il padre, il padre è punto di riferimento, il ragazzo deve imparare che cosa fa quella figura lì nella vita. Spesso nelle famiglie con genitori separati, la madre si preoccupa che il figlio ricerchi il padre anche quando quest’ultimo non è stato una figura positiva, è un ingrato? I pareri sono differenti, ma, se possibile, bisognerebbe fare lo sforzo di riabilitare la figura paterna, non è un fatto marginale, per un figlio maschio può essere fondamentale. Quando una figura genitoriale manca per cause ineluttabili, chi rimane deve giocare entrambi i ruoli; ma se il padre è presente, andrebbe in qualche modo riabilitato, evitando il rischio che la madre si prenda carico di tutto (delirio di onnipotenza).
  • Dobbiamo imparare a “lasciarli andare”: è importante richiamare il rispetto delle regole, ma dobbiamo capire anche la trasgressione
  • Bisogna “riorganizzare la speranza”, organizzare il loro ottimismo: la figura paterna è soprattutto questo, saper comunicare che il mondo non è cattivo, dare degli strumenti per trovare delle alternative quando ci si trova nei guai, altrimenti si genera senso di impotenza, disperazione. Il ruolo paterno è quello che dice “se ci pensiamo, troviamo una soluzione, possiamo provarci”. L’adolescente si aspetta questo: che qualcuno creda al cambiamento
  • “Avere una mente capace di giocare” (Winnicott), sapere riorganizzarsi e non portare grandi rancori, imparare a prenderci cura di qualcun altro
  • Il libro si conclude con un rifermento a due figure letterarie di padre: Pippo e Willy Wonka.

Pippo è colui che riesce a ridere dei suoi guai e arriva così a successi inaspettati; il fallimento e gli errori sono soltanto una parte della vita, Pippo sa trarre risorse anche nei pasticci che gli capitano: è un modo non depressivo di affrontare la vita.

Willy Wonka decide di lasciare in eredità la sua fabbrica a chi saprà conquistarla (ruolo paterno); mette alla prova i ragazzini, non si arrabbia di fronte alle loro trasgressioni (non è padre-padrone), ma richiama le regole per dire che il mondo funziona così.

Per concludere, una citazione dall’ultimo dei racconti del libro: “Quindici anni”

“…Andiamo avanti adesso. Non ci saranno sassi, ora, sull’asfalto, tranquillo. Una strada liscia, senza troppe curve, e niente pozzanghere né macchie d’olio. Non farà troppo caldo né troppo freddo. Sarà un piacere continuare.

E non temere: troverai l’acqua sempre fresca, qualcuno ci sta già pensando.

Vai, e anche se ci sarà da sudare ce la farai.

Io non vengo, io ti guarderò da lontano, sai, pronto a correre, se serve, ma anche pronto a far finta di non vedere, perché a volte, sai, è meglio così”.

 

L’ANORESSIA GIOVANILE

Sensibilizzazione sul tema per i genitori: saper riconoscere i segnali della patologia emergente, essere pronti ad intervenire senza diventare complici ed ostaggi della stessa.

Nel vasto panorama delle psicopatologie nessuna ha come diretta conseguenza la morte del soggetto, fatta eccezione per l’anoressia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ci presenta fin da subito un dato sconcertante: l’anoressia giovanile rappresenta la seconda causa di morte in età giovanile, dopo gli incidenti stradali.

Negli ultimi 15 anni si è osservato una notevole crescita dell’anoressia e
l’età in cui si manifesta il disturbo si è molto abbassata; il periodo puberale e la prima adolescenza sono sempre più frequentemente il momento d’insorgenza del disturbo nella sua forma più eclatante.

È la patologia più temuta da psicoterapeuti e psichiatri e genitori, tanto quanto profondamente amata da chi ne è vittima: per comprenderlo, basta digitare pro ana su Google scoprendo così molti gruppi di discussioni tra ragazze che attraverso consigli su come ingannare gli altri e controllare i crampi della fame, si aiutano reciprocamente a perdere peso e ad evitare di essere costrette a abbandonare questa, da loro percepita, sublime condizione. Di fatto questo desiderio di rimanere vittime della patologia non è così incomprensibile come può sembrare: la forte restrizione alimentare comporta, infatti, modificazioni biologiche tra cui un aumento della produzione di endorfine che suscita i medesimi effetti derivanti dall’uso di cocaina, cioè un profondo benessere e stati di piacevole eccitazione.

Al contrario di come ingenuamente si pensi, l’anoressia è una malattia antica, comune nelle nobildonne per distinguersi dalla plebe e nelle religiose più devote a Dio. E’ il simbolo della ricerca del controllo totale su di sé dell’astinenza come mezzo per raggiungere l’estasi ed innalzarsi al di sopra degli altri, controllando qualcosa che risulta irresistibile a tutti: il cibo ed il piacere.

Ad oggi, inoltre, il fenomeno è amplificato dall’effetto della desiderabilità sociale, a causa dell’influenza esercitata dalla moda che propone sulle passerelle un ideale di bellezza anoressoide ed unisex. Sappiamo come la pubblicità di un modello estetico non può essere ininfluente per i teenager che si affacciano alle relazioni interpersonali dove il look aderente a ciò che è di tendenza svolge un importante ruolo di rassicurazione nel momento dell’esposizione sociale.

L’obiettivo dell’incontro è quello di sensibilizzare i genitori sul tema al fine di renderli capaci di riconoscere i segnali della patologia emergente e di conseguenza pronti ad intervenire senza diventare complici e ostaggi della stessa.

L’INCONTRO

 

Nel vasto panorama delle psicopatologie, nessuna ha come diretta conseguenza la morte del soggetto, fatta eccezione per l’anoressia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ci presenta fin da subito un dato sconcertante: l’anoressia giovanile rappresenta la seconda causa di morte in età giovanile, dopo gli incidenti stradali.

L’anoressia giovanile è quindi una delle psicopatologie che più spaventano, non solo le persone comuni, ma anche i terapeuti.

Nel centro di Arezzo, fondato dal Prof. Giorgio Nardone, la terapia adottata è frutto dell’esperienza clinica, della ricerca sul campo, “ricerca/intervento” basata sullo studio di migliaia di casi.

Nardone riceve ogni giorno 20/25 casi, in sedute brevi e incisive.

Si tratta soprattutto di ragazze, anche se ultimamente i maschi sono in aumento; per semplicità qui se ne parla al femminile.

L’esordio è sempre più precoce, spesso già intorno agli 11/12 anni si diagnostica l’anoressia a tutti gli effetti.

Si tratta di preadolescenti e adolescenti; d’altra parte, l’adolescenza è oggi un’età che si sta dilatando sempre più.

Si parla di “adolescenza ritardata”, oltre la maggiore età, anche fino a 30/35 anni, oltre le tempeste emotive e fisiche; diventare adulti con la maggiore età non è così scontato.

Il protocollo terapeutico è riferito ai minorenni, ma lo si adotta anche dopo i 18 anni; anche il trattamento familiare va oltre la maggiore età

La percentuale di prognosi nefaste è elevatissima: arriva al 15%, segnale preoccupante di fallimento terapeutico

Importante valutare la rapidità con cui la ragazza perde peso, nell’arco di due/tre mesi; è un dimagrimento visibile, con un indice di massa corporea che scende al di sotto del 17

Che cos’è per noi? Astinenza che porta a restrizioni alimentari

Il nostro è un modello di ricerca che non prevede lo studio causale, bensì l’osservazione di come si costruisce la malattia: astinenza reiterata dal cibo, prima da quello ipercalorico poi esteso a tutti i cibi

Le ragazze costruiscono su di sé un’armatura, dimostrando forza e imperturbabilità

L’obiettivo iniziale è dimagrire; poi le ragazze scoprono che non solo perdono peso, ma tutta la loro sensibilità diventa meno perturbabile, più forte; a gratificare non è solo il peso gradevole, ma si sentono invincibili

Quando va sottopeso, il corpo produce endorfine, ci si sente attivi e forti, invincibili, galvanizzati da un’energia inesauribile

Le ragazze vengono affascinate e persuase anche attraverso la rete, i video di ragazze che insegnano come raggiungere l’Eden con l’astinenza e l’ascesi: “se sei magra sei più bella”, si eleva il soggetto ad un mondo paradisiaco, “ottengo qualcosa che altri non possono ottenere”

Dare solo la causa ai fattori familiari è riduttivo

Negli anni 70, nella ricerca sistemico/razionale, si sosteneva che le cause erano da ricercare nella famiglia

Oggi: spesso nella famiglia non si trova nulla di patologico, nessun trauma rilevante

Oggi: spesso le ragazze sono influenzate semplicemente da un blog, si parla di influenza sociale; altamente pericolose sono le community: gruppi di appartenenza per cui essere anoressici è un pregio; è molto importante, in questo caso, l’attenzione delle famiglie

Notevole anche l’influenza della pubblicità, il canone estetico di modelle/i che vediamo nelle sfilate di moda e che nella maggior parte dei casi sono “disordini alimentari che sfilano”; nella moda, sempre più sottile è la differenza tra maschio e femmina; per una giovanissima il canone di bellezza è distorto, le più sensibili cadono nella trappola

Se non sempre la famiglia può avere la responsabilità, diventa però responsabile nel mantenimento della patologia

Spesso la famiglia non è in grado di intervenire

Oggi, la maggior parte delle famiglie presenta due tipi di modello:

  1. Iperprotettivo: mai nessuna difficoltà, tanto amore, sostituzione
  1. Democratico/permissivo: assenza di gerarchie all’interno della famiglia, genitori incapaci di dare regole, “migliori amici”; manca autorevolezza, quando poi si tenta di imporre una regola, è troppo tardi

Così si rischia il mantenimento della patologia: paura di imporsi, vergogna nel chiedere aiuto, fallimento…

Con la nostra incapacità di agire, permettiamo loro di farsi del male

La PBS (Psicoterapia Breve Strategica) non consente che il figlio venga semplicemente affidato al terapeuta, ma prevede il trattamento familiare: la terapia non si avvia se i genitori non smettono di essere ostaggio del problema,i genitori vengono inchiodati alle loro responsabilità

Con le minorenni è più facile: di fronte ad un rischio di patologia medica, i genitori sono obbligati per legge alla difesa della salute fisica

Il primo accordo genitoriale: “aiutaci ad aiutare la ragazza e, se scende di peso in modo preoccupante, devi portarla in ospedale”; la paziente non ha più il potere di gestire tutto

I primi che assecondano i figli nella dieta, sono proprio i genitori: complici, all’inizio, assecondano; non sempre si va nell’anoressia, ma spesso sì

Non sempre c’è una causa più profonda, spesso l’esordio è proprio con la dieta

Si inizia dai cibi che fanno ingrassare, poi l’alimentazione diventa via via sempre più restrittiva, non equilibrata, diventa astensione esagerata con una rapida perdita di peso

I genitori, in accordo con lo psicoterapeuta, devono minacciare il ricorso all’ospedale, dove “ti metteranno la flebo, gonfiandoti per recuperare il peso in tempi rapidi”

Il trattamento dell’anoressia adulta è invece completamente diverso

Dopo il coinvolgimento dei genitori, si inizia ad usare con le ragazze un linguaggio suggestivo ed evocativo, non un discorso razionale: il ragionamento non è in grado di scardinare l’armatura

Le anoressiche sono molto manipolative, controllano se stesse e gli altri

Quando il genitore vede che la figlia è in pericolo, poche parole, deve mettersi nella posizione gerarchica: “Io decido per te!”; non si può ragionare e convincerla, si deve obbligarla; spesso i genitori arrivano quando già la ragazza è a rischio di vita

La fatica dei genitori è grande: non dovrebbero perdere mai la gerarchia, “non sono il migliore amico di mia figlia”: è un tema fondamentale

Bisogna evitare di assecondare e proteggere

Quando si arriva dal terapista che la ragazza è già in pericolo, può essere tardi: sotto un certo peso, non metabolizza più, deve essere ospedalizzata

La PBS utilizza un linguaggio evocativo/suggestivo: si tratta di risvegliare i sensi sopiti; le pazienti non sentono più nulla, sono come anestetizzate; l’armatura che si sono costruite, permette di non sentire le emozioni, dà tantissima energia

Occorre creare la paura dell’ospedale, l’alternativa è scegliere una terapia più graduale: si sottopone la ragazza ad una scelta

Se si arriva alla “morte metabolica”, anche se ti alimenti non ce la fai: allora non si può più scegliere e lo psicoterapeuta non può più intervenire

Dopo l’accordo con la famiglia, il terapeuta cerca di risvegliare il piacere del cibo, a livello di fantasia, di visualizzazione

Fantasia magica: “che cosa ti piacerebbe mangiare se non avessi paura di ingrassare?”; è una comunicazione suggestiva sui cibi piacevoli, che crea un’attivazione della sensibilizzazione… “come ti piace la pizza? immagina, descrivi…”

Si tratta quindi di risvegliare le sensazioni piacevoli, di rompere l’armatura costruita con l’astinenza

Quale altro compito del genitore? I cibi concordati: il genitore deve rimanere lì, quando la ragazza mangia ed operare un controllo sulla dieta stabilita con il terapeuta

Le pazienti hanno una “lente deformante”: più dimagriscono più si sentono grasse, continuano ad astenersi perché non vedono mai il risultato; la quantità di cibo assunto è per loro deformata, quindi va controllata

La presenza dei genitori ricrea il loro ruolo, è fattore elettivo per l’efficacia della terapia; il ricovero in cliniche specializzate non è il trattamento elettivo, anche perché spesso le ragazze ricoverate si condizionano vicendevolmente

Il terapeuta ha la funzione di convincere alla dieta, ma il genitore deve uscire dalla trappola di ostaggio e complice

La terapia ha forme differenti: ogni problema rivela un mistero svelato dalla sua soluzione; le tecniche sono selezionate dall’efficacia terapeutica

 

INTERVENTI E DOMANDE DEL PUBBLICO:

 

“Quando si può parlare di anoressia? Ci sono esempi di asceti e saggi (Gandhi, per esempio) che praticavano l’astinenza; si può vivere anche non mangiando; a volte le diagnosi possono non essere corrette”

R: La PBS non fa diagnosi, non certifica le pazienti(se non necessario per la scuola), certificare significherebbe infliggere una condanna, portare le pazienti ad  un’identità con la malattia; l’astinenza può essere un modello anche positivo, ma ci vogliono altri strumenti, non è il caso dell’anoressia giovanile

“Ci si deve preoccupare quando in preadolescenza la ragazza inizia a selezionare i cibi?”

R:La selezione dei cibi in preadolescenza è un primo segnale di allarme; il genitore deve osservare quanto è rigido il controllo e stabilire dei patti: “non mangi questo, ma mangi qualcosa che ti dico io”

“Il ricorso al vomito?”

R:Il “Vomiting” è una patologia differente, trattata con interventi diversi da quelli adottati per l’anoressia pura: si tratta del piacere perverso di mangiare e vomitare che arriva ad assumere una connotazione di intensa piacevolezza.

Domanda di un’insegnante:

“Come dare aiuto a famiglie con gravi situazioni sociali che si ostinano a negare i problemi, spesso per paura dell’intervento dell’assistente sociale?”

R:Si possono aiutare i genitori, prospettando il pericolo futuro, sgravandoli nello stesso tempo da ogni senso di colpa “E’ buono quello che fate, ma…”, far leva su una paura peggiore

“Su quali emozioni posso far leva oltre alla paura?”

R: Bisogna essere buoni modelli, ma essendo umani, anche i genitori hanno dei limiti

“Si tratta di un problema sociale, abbiamo perso l’essenza delle cose; dove c’è povertà, non esistono i disturbi alimentari”

R: vero! un tempo si usavano le tecniche paradossali: si interveniva vietando il cibo stesso, ad oggi pare una tecnica meno efficace

PER CONCLUDERE:

Non ci chiediamo il perché, ci chiediamo: “la terapia funziona o no?”

La PBS registra l’80% di guarigioni, ha la maggior quantità di successo rispetto ad altre terapie, nel breve e lungo termine

Il farmaco per l’anoressia non esiste

Il modello della PBS parte in America, da Palo Alto, poi elaborato in Italia da Giorgio Nardone

A chi volesse approfondire si consiglia la lettura del testo:

L’anoressia giovanile   di Giorgio NardoneElisa Valteroni

LA RELATRICE:

Elena Boggiani, psicologa – psicoterapeuta, è iscritta all’ordine degli Psicologi della Lombardia (n. 7884) ed è abilitata all’esercizio della psicoterapia (art. 3 L.56/89).

Dopo la laurea in Psicologia, con indirizzo clinico e di comunità, conseguita con il massimo dei voti (110/110) presso l’Università degli Studi di Padova, si è specializzata in Psicoterapia Breve Strategica presso la Scuola di specializzazione di Arezzo, diretta dal Prof. Giorgio Nardone e riconosciuta dal Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica.

Docente di Tecnica della Psicoterapia Breve Strategica sia presso la scuola di specializzazione quadriennale di Arezzo, sia ai master di specializzazione biennali in Italia e all’estero. Svolge supervisione ai corsi di “Attualizzazione e Supervisione Clinica in Terapia Breve e Strategica” a Madrid e Barcellona.

E’ Ricercatore al Centro di Terapia Breve Strategica di Arezzo e co – autrice con Elisa Balbi, Dolci Michele e Giulia Rinaldi di “Adolescenti violenti, contro gli altri contro se stessi”, Ponte alle Grazie, 2009, Milano (Ed. spagnola, 2012, “Adolescentes violentos”, Editorial Herder, Barcellona).

E’ responsabile dello studio di Novara, Psicoterapeuta Ufficiale del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, dove svolge attività di psicoterapia.

Relatrice in diversi seminari in Sud America: nel 2009 Bogotà – Colombia “Miedo panico fobias”; nel 2010 Bogotà  – Colombia “Como curar en tiempo breve Anorexia, Bulimia y Vomiting”; 2011 Bogotà – Colombia “Las caras de la obsesion”; San Josè – Costa Rica “Miedo Panico Fobias y Obsesiones: crusando las fronteras de la ansiedad. Tecnicas avanzadas de Terapia Breve Estrategica” – Seminario – San Josè, Costa Rica.

Inoltre ha partecipato come relatrice al secondo Convegno mondiale del Brief Strategic  and Systemic Therapy World Network “La magia delle parole e dei gesti”, svoltosi a Firenze il 15 – 19 Ottobre 2014.

 

LA CORRETTA ALIMENTAZIONE

Alle ore 21 presso la Biblioteca Comunale

“La corretta alimentazione attraverso la piramide alimentare. Un’occasione di salute”

Relatrice:  PATRIZIA GROSSI

Dirigente Medico – Referente Area Nutrizione del SIAN (Servizio d’Igiene degli Alimenti e della Nutrizione)

La relatrice, che già collabora con la nostra Scuola Secondaria nel progetto di Educazione Alimentare,affronterà l’argomento della corretta alimentazione secondo le linee guida del Ministero della Salute

LA CUCINA DELL’INVERNO

Secondo incontro

29 novembre 2017

LA CUCINA DELL’INVERNO: consigli e ricette per affrontare il freddo

 

.Relatrici: Giulia Somaini

Medico, ha conseguito un Master in Alimentazione e Dietetica Vegetariana presso Univerità Politecnica delle Marche.

Specializzanda in Psicoterapia integrata.

Collabora con l’associazione La Grande Via, fondata da Franco Berrino allo scopo di favorire iniziative volte a promuovere la prevenzione delle malattie e la longevità in salute.

Dal 2016 fa parte dell’associazione Coccodè-Laboratori per una vita sostenibile, partecipando a corsi e serate dedicate all’accrescimento del benessere psico-fisico.

            Lorenza Minonzio

Laureata in Scienze dell’Educazione, ha lavorato per oltre 20 anni come educatrice professionale.

Diplomata presso la Scuola di Cucina Naturale La Sana Gola (Milano) ha poi completato la sua formazione presso l’Associazione di Promozione Sociale “L’Ordine dell’Universo- Associazione Macrobiotica Italiana”.

Diplomata inoltre presso la scuola di cucina naturale “La Gioia di Vivere” in pasticceria naturale.

Promuove da più di 4 anni il progetto dell’associazione “COCCODE’- Laboratori per una vita sostenibile”, occupandosi di cucina naturale,panificazione,autoproduzione, biodetersivi e stili di vita consapevoli.

Ha partecipato nel 2015 alla settimana di studio “IL MEDICO IN CUCINA – La cucina al servizio della salute” con il professor Franco Berrino.

Ha frequentato corsi di approfondimento sul Metodo Kousmine.

 

Attraverso le scelte che operiamo in merito alla nostra alimentazione, influenziamo non solo la salute ma anche l’ambiente.

  • RESILIENZA: termine tratto dalla scienza dei materiali, “la capacità di non rompersi nonostante gli urti”; praticare la resilienza nell’alimentazione è dare al nostro corpo gli strumenti per “non romperci”
  • In inverno tutto si raffredda e rallenta, ma sotto terra le piante lavorano per accumulare energia.
  • Ricordiamoci che gli inverni di oggi non sono i grandi inverni di un tempo, noi non soffriamo il freddo come allora, abbiamo case e luoghi di lavoro ben riscaldati, vestiti caldi..
  • Ma anche noi dobbiamo preservare e conservare energia per la rinascita primaverile
  • Raccomandazioni del WCRF (studi della ricerca sul cancro) rimaste invariate dal 2007: la maggior parte delle patologie occidentali derivano da infiammazione cronica e sono migliorabili con l’alimentazione.
  • Quali alimenti prediligere?
  • Cereali integrali
  • Legumi
  • Verdura e frutta di stagione
  • Frutta secca
  • Questa alimentazione non va vissuta come “sottrazione” e sacrificio, ma come “aggiunta”
  • I cereali integrali hanno due parti in più rispetto a quelli raffinati:

– il germe, ricco di vitamine

  • – la crusca, che rallenta il picco glicemico, crea la flora batterica buona, è potente antinfiammatorio

l’endosperma (essenzialmente composto di carboidrati) è l’unica componente presente anche nei cereali raffinati

il chicco integrale è vivo, perché in potenza è una pianta (se pianto un chicco di riso bianco, non ne nasce nulla)

  • CEREALI CON GLUTINE

frumento (grano tenero)
farro
khorasan
grano duro
segale
orzo
avena

SENZA GLUTINE

riso (di tutti i tipi)
grano saraceno
miglio
amaranto
quinoa
sorgo
teff
mais

  • E’ importante variare il più possibile, più si variano i cereali, più crescono i benefici: nella dieta, è bene introdurre entrambi (con e senza glutine); spesso l’intolleranza al glutine deriva da un uso eccessivo dei cereali che lo contengono
  • ABBINARE CEREALI E LEGUMI.

I piatti della tradizione abbinano spesso un cereale con un legume, basti pensare a pasta e ceci, pasta e fagioli o riso e bisi… e questo non è caratteristico solo della nostra dieta mediterranea originale, troviamo tale abbinamento anche in altre parti del mondo: in oriente si abbina riso e soia, in Africa cous cous e ceci, in Messico mais e fagioli…

Dal punto di vista nutrizionale questa abitudine permette di ottenere tutti e 8 gli amminoacidi essenziali.

Ci sono anche delle eccezioni alla regola: il grano saraceno, per esempio, come gli altri pseudo cereali (amaranto e quinoa) e come la soia, contiene tutti gli amminoacidi essenziali. Abbinare cereali e legumi resta un’ottima scelta, anche per la capacità dei legumi di rendere più stabili i livelli di glicemia dopo i pasti.

  • Complementazione proteica:

8 aminoacidi essenziali da assumere con la dieta:

fenilalanina, isoleucina, lisina, leucina, metionina, treonina, triptofano e valina

assumendo cereali e legumi: nei legumi è presente la lisina, nei cereali la metionina

  • Grano saraceno, quinoa, amaranto, soya: eccezionalmente contengono tutti i “mattoncini”
  • Grano saraceno:

Certamente lo conosciamo come ingrediente della polenta taragna e dei pizzoccheri

  • Resiste bene al freddo (lo si coltiva anche in montagna) e non necessita di pesticidi perché sopporta bene gli attacchi esterni
  • È un cereale che scalda (perciò è adatto alla stagione fredda) e asciuga (dall’umidità che è bloccata nel nostro organismo)
  • Dona energia e vigoreCome si usa:
  • I semi vanno lavati con lo scolariso
  • È bene usare la cottura “ad assorbimento”, usando la dose giusta di acqua (senza scolare) in un rapporto 1 a 2; è cotto quando tutta l’acqua è assorbita; coprendo la pentola, a fuoco basso, si cuoce da solo in 20 minuti
  • Gli stili di cottura che scaldano:

Anche se la sensazione è quella di aver bisogno di più cibo, in realtà abbiamo bisogno di cibo che scalda.

Preferiamo alimenti e cotture che danno calore:

gli stufati, i brasati e le cotture in umido (usare le ricette di brasati e stufati non con le carni, ma con i legumi: es. ragù di lenticchie) meglio se in pentola di terracotta;

le cotture al forno;

la frittura (fatta bene, con tanto olio);
le zuppe.
Scegliere frutta e verdura di stagione.

Scegliere ortaggi di stagione ha molteplici vantaggi per la salute e per l’ambiente. Per citarne solo uno: quando

mangiamo una verdura giunta a maturazione nella sua

stagione, la concentrazione di fitocomposti è elevata,

si tratta di sostanze con proprietà antiossidanti e

antiinfiammatorie (per esempio la quercitina di cipolle

e mele).

  • La famiglia dei cavoli è la regina dell’inverno,

tra le molte    proprietà questi ortaggi hanno alti livelli di vitamina C,      contengono molteplici fitocomposti ad azione

antiinfiammatoria e sono un’ottima fonte di calcio.

 

 

Alla famiglia dei cavoli appartengono moltissime verdure:
cavolo nero, cavolo riccio, cavolo rapa (da consumare crudo, le foglie nelle minestre), rape, rafano, senape, cavoletti di Bruxelles…

  • Un trucco:
    per evitare l’odore del cavolo mettete una fetta di pane imbevuta di aceto o limone sul coperchio.
    Oppure provate a tagliarli in pezzetti piccoli e a cuocerli per meno di 10 minuti
  • Del cavolo possiamo mangiare tutto: i germogli, i fiori, le foglie, le radici e i semi.
  • Altri alimenti ricchi in calcio sono le mandorle e i semi di sesamo.

Di seguito un elenco delle principali fonti di calcio vegetale: è indicato il contenuto in calcio (mg) per 100 g di prodotto. Se consideriamo la possibilità di cottura di cereali e legumi per assorbimento rientra nella quota di calcio giornaliera anche quella presente nell’acqua usata per la cottura!

LA ECO CUCINA: sosteniamo l’ambiente

 È quella che riduce i rifiuti e gli sprechi

 E’ quella che non spreca energia

 E’ quella che non consuma le risorse ambientali

 Privilegiamo ingredienti di origine vegetale, meglio se prodotti biologici o biodinamici, cercando di acquistarli il più vicino possibile a dove si abita, o autoproduciamoli

 Utilizziamo tecniche di cottura a basso consumo per ridurre e dimezzare il consumo di acqua e di energia: la pentola a pressione, la cottura ad assorbimento o la cottura passiva (cuocere per breve tempo e lasciare che la cottura continui a fuoco spento)

 Utilizziamo tutte le parti, anche quelle che normalmente  buttiamo: per esempio, i fagiolini non vanno spuntati da tutte e due le parti; le foglie di broccoli, cavolfiori e rape si possono utilizzare per il minestrone

  • Il microonde? Non molto indicato: cambia la struttura delle molecole; altrettanto congelare e surgelare (ma piuttosto che niente… possiamo anche farlo)
  • Di seguito, la doppia piramide, alimentare e ambientale:

  • Almeno una volta a settimana, mangiamo solo vegetali
  • Ciò che fa bene a me, fa bene alla terra
  • Una sola persona, rinunciando ad una bistecca a settimana, riduce emissioni pari a 500km in macchina; la popolazione americana, con la stessa rinuncia, ridurrebbe le emissioni di CO2 pari a 7 milioni di macchine in meno!
  • La differenza si fa anche con una pasta e fagioli a settimana

 

 

 

 

.. per garantire un futuro ai nostri figli e nipoti…

 

  • Facciamo la “scelta vegetale” e quando vogliamo la carne, scegliamo l’allevamento vicino a casa, evitiamo gli allevamenti in cui gli animali vivono male
  • Una parentesi sulla quinoa: coltura tipica di Perù e Bolivia: da quando è diventata “di moda”, il prezzo è triplicato e, per rispondere alla grande richiesta di mercato, ora se ne coltivano solo due qualità rovinando le coltivazioni locali; preferiamo quindi i nostri cereali

 

  • IL DOLCE SECONDO NATURA
  • Evitare zucchero e bibite zuccherate: rovinano la flora batterica, creano dipendenza (il dolce è un sapore rassicurante), alzano l’indice glicemico (la glicemia affatica il pancreas, produce dislipidemia con aumento dei trigliceridi, produce infiammazione, l’insulina elevata stimola la proliferazione cellulare favorendo le patologie tumorali)
  • Quali cibi alzano il picco glicemico? Patatine fritte, merendine, zucchero, farine e alimenti raffinati…
  • All’opposto: cereali integrali, verdure, frutta

 

 

Per preparare i nostri dolci in modo naturale possiamo utilizzare molte alternative:

il malto di riso o di mais

lo sciroppo di riso (non sciroppo do glucosio)

il succo concentrato di mele

la frutta essicata (uva passa, datteri, albicocche secche…)

sciroppo d’acero

concentrato di dattero

(lo zucchero di canna si comporta come lo zucchero bianco, anche il miele alza il picco glicemico, pur contenendo molte sostanze benefiche)

  • Alcuni consigli:
  • Utilizza ingredienti che hanno già un sapore fortemente dolce, come ad esempio del succo di mela o del latte di riso integrale
  • Quando utilizzi i dolcificanti naturali dovrai diminuire i liquidi della tua ricetta
  • Assaggia sempre l’impasto per capire se è abbastanza dolce e decidere quindi la dose di dolcificante corretta
  • Se usi la frutta disidratata mettila in ammollo e frullala fino a creare una crema con una piccola parte del liquido

Il potere dolcificante

  • Se usi il malto di riso o di mais:

120\150 gr di malto corrispondono a 100 gr di zucchero

  • Se usi il succo concentrato di mele:

80 gr di succo concentrato corrispondono a 100 gr di zucchero

  • Se usi la frutta disidratata:

100 gr di frutta corrispondono a 100 gr di zucchero

  • Scegli il cioccolato fondente con alta percentuale di cacao (i dolci a base di cioccolato “aiutano”, possono essere abbinati alle nocciole ridotte a crema, i bimbi gradiscono molto)
  • Altro dolce benefico, il castagnaccio con il succo di mela

 

  • RICORDA:

Il gusto del dolce è un gusto che dobbiamo educare, ripulendo il palato dagli zuccheri industriali e imparando, nel tempo, a riconoscere le diverse sfumature del sapore dolce, svariate e incredibili.

Di seguito, alcune ricette….

 

 

 

 

 

 

ZUPPA DI GRANO SARACENO

150 gr di Grano Saraceno

1 Porro

1 Carota

1 Gambo di sedano

sale marino integrale

olio evo

shoyu

Mettere in acqua le verdure, opportunamente lavate, e ridotte a tocchetti, aggiungere il sale e portare ad ebollizione lasciando bollire per un quarto d’ora, quindi aggiungere il grano saraceno. Far bollire lentamente per 20 minuti.
Condire con olio extra vergine d’oliva a crudo.

RAGU’ DI LENTICCHIE

Battuto di: cipolla, sedano, carota

Aromi: rosmarino, salvia, alloro.

250 gr di lenticchie di Rodi, di montagna o umbre.

2C di olio E.V.O

250-300 gr di passata di pomodori

Sale marino integrale

½ bicchiere di vino bianco (facoltativo)

Scaldare l’olio poi unire il battuto di verdure, gli aromi un pizzico di sale e saltare per un paio di minuti

Unire le lenticchie poi la passata

Cuocere il ragù per 40 minuti (precedentemente ammollate, se richiesto) e 2 dita sopra il livello degli ingredienti, di acqua.

Alcuni minuti prima di spegnere la fiamma aggiustare di sale.

 

CROSTINI CON CREMA DI SCARTI DI CAVOLO

pane vecchio tagliato a fette

aglio

olio evo

pepe

gambi di broccolo

coste di verze o di altri cavoli

gambi di cavolo nero

foglie di cavolo esterne sia di verza, cappuccio, che di cavolfiore o broccolo

Tostare le fette di pane, se sono particolarmente vecchie inumidirle con poca acqua.

Tritatere grossolanamente gli scarti di cavolo a coltello o con un mixer.

In un tegame scaldare due-tre cucchiai d’olio, dorare uno spicchio d’aglio sbucciato e poi eliminarlo.

Aggiungere i cavoli, mescolate e lasciatelo insaporire per circa 15 minuti mescolando ogni tanto, alla fine salare e pepare generosamente.

Strofinare il pane con uno spicchio d’aglio e distribuire uno o due cucchiaio di cavolo.

 

CASTAGNACCIO ALLE NOCI

300 gr di farina di castagne

400 g di succo di mele o di acqua

50 gr di gherigli di noci

40 g di uvetta 80 g

rosmarino

sale marino integrale

olio evo

Mettere la farina di castagne in una ciotola capiente e mescolare con una frusta, aggiungere il succo di mele e mescolare per ottenere un composto liscio e omogeneo.

Far riposare il composto per almeno un’ora.

Ammollare l’uvetta in poca acqua.

Con un coltello tritare grossolanamente i gherigli delle noci

Aggiungere le noci tritate, tenendo da parte una piccola quantità.

Strizzare l’uvetta e aggiungerla all’impasto, avanzandone sempre un piccola quantità.

Unire il sale e mescolare.

A questo punto oliare una tortiera bassa tonda del diametro di 30\32 cm e versare il composto.

Cospargere la superficie del castagnaccio con le noci e l’uvetta tenuti da parte.

Infine aggiungere anche gli aghi di rosmarino e cuocere in forno statico preriscaldato a 180° per 30 minuti.

Il castagnaccio è cotto quando sulla superficie si saranno formate delle crepe.

 

Per concludere…

“FA’ CHE IL CIBO SIA LA TUA MEDICINA”                   (Ippocrate)

Sguardi Diversi

9 Maggio, ore 21

Essere considerati diversi agli occhi delle “maggioranze” non è una cosa affatto semplice da sostenere. La nostra società segna dei confini relazionali dentro cui ciascuno di noi deve stare, o almeno con i quali deve confrontarsi. Pensiamo ai canoni di bellezza, alle logiche dei comportamenti collettivi, al rispetto delle regole non scritte in adolescenza, alla definizione degli orientamenti sessuali.

Non è facile essere dei “diversi” nel nostro mondo. Non è facile altresì accogliere le diversità degli altri, a volte fanno un po’ “paura” e talvolta sono addirittura indicibili.

Relatori: Laura Gilli, Mauro Maggi

Nel percorso di due incontri si vuol provare ad attivare dei micro-progetti di cittadinanza collettiva per dare risposte d’insieme a bisogni concreti posti dall’amministrazione. Tenendo presente le diversità dei diversi membri della comunità, la sfida che si vuol porre è quella di stimolare risposte innovative e sociali a problemi come ad esempio: aumentare i numeri della raccolta differenziata, diminuire i rischi di abbandoni scolastici, lavorare contro i pregiudizi di una cittadinanza che cambia giorno dopo giorno.

a cura di Gruppo Abele – Piano Giovani – C.so Trapani, 91/b

10141 Torino Tel. 011/384.10.62 – giovani.scuola@gruppoabele.org

Sguardi meticci

19 Aprile, ore 21.

La migrazione è un fenomeno che accompagna l’uomo e le comunità da sempre. E’ un fenomeno che prevede un’evoluzione delle società secondo due possibili derive: l’accoglienza o la chiusura. Quali percorsi possibili si possono attivare tenendo presente le tante diversità culturali presenti nei nostri contesti? Quali opportunità e quali rischi dobbiamo affrontare consapevolmente? I nuovi fenomeni migratori, quali interrogativi culturali mettono in discussione? Cosa chiediamo ai migranti per accoglierli? Che domande di cambiamento invece pongono loro, non solo rispetto alle esigenze emergenziali e allarmistiche che portano, ma anche (e forse soprattutto) rispetto alla nostra società nel suo insieme?

Relatori: Sadjia Bendou, Cristina Govor, Mauro Maggi

Nel percorso di due incontri si vuol provare ad attivare dei micro-progetti di cittadinanza collettiva per dare risposte d’insieme a bisogni concreti posti dall’amministrazione. Tenendo presente le diversità dei diversi membri della comunità, la sfida che si vuol porre è quella di stimolare risposte innovative e sociali a problemi come ad esempio: aumentare i numeri della raccolta differenziata, diminuire i rischi di abbandoni scolastici, lavorare contro i pregiudizi di una cittadinanza che cambia giorno dopo giorno.

a cura di Gruppo Abele – Piano Giovani – C.so Trapani, 91/b

10141 Torino Tel. 011/384.10.62 – giovani.scuola@gruppoabele.org

Sguardi Curiosi

23 Maggio, ore 21

I disturbi di apprendimento e le difficoltà scolastiche sono oggi argomenti di grande attualità. Prima di affrontarli, ne vanno comprese le cause e analizzate le varie manifestazioni. Che differenza c’è tra difficoltà e disturbo? Cosa si intende quando si parla di identificazione precoce? Il trattamento e la riabilitazione sono efficaci? Chiariti i dubbi,  va ampliato lo sguardo. Dsa, disturbi dell’attenzione e difficoltà cognitive non devono farci smettere di credere nelle potenzialità dei giovani, ma possono essere sfide  per riflettere con curiosità e portare  allo sviluppo di competenze.

Relatrice: Dr.ssa Michela Rampinini – Psicologa

a cura Coop. Soc. L’albero a colori

Via Monte San Gabriele, 62 Novara